Mi chiamavano Chihuahua(quarto martedì)

LA GRANDE ROCCIA



Il falco indicava la via con fermezza.
Faticavo a seguirlo su quel percorso accidentato.
Spesso era costretto a fermare il suo volo in cerchi concentrici sopra la mia testa, quasi a rimproverarmi spazientito del ritmo che stavo tenendo. Sembrava volesse punire quei pochi giorni trascorsi a fondo valle, a riposare le membra, tenendo volutamente un ritmo, per me insostenibile.
Avevo ormai perso il senso dell’orientamento.
Per avanzare ero costretto a tenere il capo chino, per anticipare le asperità di un terreno traditore. A testa bassa, avanzavo senza avere più un preciso senso della mia posizione.
Mi ero ormai rassegnato a lasciare che fosse il falco a decidere dove indirizzare la mia marcia. Ormai ero sicuro che la sua presenza servisse a guidarmi in quel viaggio disperato. Non potevo ignorare la sensazione di essere in balia di un destino che faticavo a comprendere.
La salita cominciava ora ad essere decisamente ripida.
I sassi sotto il piede, sempre più grossi ed appuntiti.
Non camminavo più oramai, ma saltellavo tra le rocce come una cavalletta isterica.
Superata la barriera rocciosa, finalmente il terreno cominciava a darmi tregua. La terra, d’un rosso acceso, non ostacolava più il mio cammino, ma testimoniava una siccità da poco passata.
Attorno, mi osservavano arbusti bruciati dal sole e dalla mancanza d’acqua. La pioggia della sera prima, non poteva certo cancellare i lunghi mesi d’arsura che dovevano aver caratterizzato quei fianchi scoscesi.
Ora che mi avvicinavo di molto, tornavano alla mente i racconti dei vecchi del villaggio.
Secondo le credenze del mio popolo la Grande Roccia segnava la fine del mondo.
Era stato Axero, il re degli Dei, a conficcarla nel terreno come monito invalicabile.
Gli anziani del mio popolo,da sempre lo adoravano come il creatore di terra, acqua e cielo. Antiche leggende, raccontavano di un mondo totalmente coperto dall’acqua, per le lacrime di Erdania, la sposa del Dio, in seguito alla guerra tra gli Dei che aveva visto trionfare dopo una lotta fratricida il suo immortale sposo. Per rallegrarla e festeggiare la vittoria, l’onnipotente Axero, dopo aver fatto asciugare la terra, aveva creato il primo tra gli esseri umani ed ogni altra specie che ancora oggi popola la terra.
L’amore di Erdania per quel dono fu tale che il mondo conobbe giorni felici e gioiosi.
L’uomo e le altre creature, godevano dei frutti dell’amorevole e divina madre protettrice. Fu solo dopo qualche tempo che quel clima di prosperità venne guastato.
Il Primo degli Uomini cominciò a manifestare la propria frustrazione,
per quella vita carica di doni divini ma che trovava avara di stimoli.
Erdania, amorevolmente preoccupata per lo stato di svogliata apatia, di cui erano piene le giornate del suo figlio prediletto, prese a passare ancora più tempo in sua compagnia.
Nei racconti degli anziani, il Primo degli Uomini e la regina degli Dei, presero a frequentarsi assiduamente, persi in discussioni appassionate circa la fatuità della di lui vita, mentre dal suo trono Axero, cominciava a conoscere la gelosia, il più umano tra i sentimenti.
A tal punto crebbe il suo disappunto, da rinchiudere la sua sposa in cima al monte Cabure, la cima più inaccessibile della terra, dove ancora si trova a piangere quelle lacrime che ora riempiono il mare. Per evitare che il Primo degli Uomini avesse la tentazione di provare a liberarla, Axero aveva ricacciato il rivale dove ora sorgeva il mio villaggio, isolandolo dal resto del mondo.
Il Dio supremo aveva allora deciso di lasciare per ricordo imperituro quel grande masso, a scoraggiare ogni tentativo di fuga da parte del nostro popolo.
Da allora nessuno aveva mai provato a visitare l’Altrove.
Quella terra misteriosa era proibita agli uomini.
Chi ero io per sfidare gli Dei?
Come potevo sfidare una divinità tanto potente e vendicativa?
I dubbi erano sempre più forti, mano a mano che mi avvicinavo a quella pietra leggendaria.
Eppure la mia cara nonna mi aveva sempre consigliato di non prestare attenzione ai racconti di quei vecchi rinsecchiti.
Potevo quasi vederla, mentre li scacciava dalla soglia di casa quando mi chiamavano Figlio di Nessuno.
-Non dargli retta, Figlio del Vento- mi sorrideva con i pochi denti ingialliti che le rimanevano- Il destino è tra le mani di chi se lo vuole costruire-
Il calore di quel ricordo, mi lasciava come un nodo alla gola che non riuscivo a sciogliere del tutto.
Dovevo sapere…
L’aria calma sembrava in attesa, mentre mi riposavo.
La terra crepata, ospitava il bisogno di placare l’arsura e la mia fame di certezze, a smussare il timore per un’impresa, che sembrava viepiù inaccessibile.
Acceso un fuoco, più per la voglia di avere una qualche compagnia, che per effettivo bisogno di calore, strappai delle radici sconosciute, ma che erano l’unica possibilità di nutrimento in quella zona inospitale.
Il falco era sparito, probabilmente a nutrirsi di qualche roditore distratto, e senza scampo dalla sua vista prodigiosa. Speravo non mi avesse abbandonato, visto che ormai riponevo nella sua presenza ogni speranza per il domani.
Non mi accorsi di quanto fossi affamato, fino a quando non addentai quelle radici succose. Avevano un sapore pessimo, fastidioso, acre ed amaro. Il mio primo istinto fu quello di sputare il boccone, ma non potevo certo fare lo schizzinoso.
La linfa placava la sete e rimpinguava le forze.
La corteccia stopposa dava sostanza a quel pasto frugale.
Con una voracità che non mi riconoscevo, divorai quei pochi tuberi nutrienti. Tra le mani vedevo scorrere, come sangue versato, il liquido per loro vitale.
Famelico mi misi a leccarlo come acqua di fonte.
Il falco sembrava avermi abbandonato.
Rinvigorito da quel pasto sgradevole decisi baldanzoso, di proseguire il cammino, reso impaziente dall’approssimarsi di quella meta leggendaria.
Annebbiato dal desiderio di raggiungere il mio obiettivo, non prestai ascolto a quella voce interiore che mi invitava alla prudenza.
Mentendo a me stesso, decisi di essere in grado di proseguire il cammino, accantonando il senso di disorientamento provato fino ad
un attimo prima.



Bastarono pochi passi per accorgermi di non avere ben salde le gambe.
Come se il mio corpo si fosse improvvisamente svuotato, sentivo mancare le energie. I piedi pesavano come i macigni che avevano calpestato fino a poco prima. La gola divenne tutto d’un tratto arida ad accogliere la mia lingua che sembrava lievitare ed incollarsi al palato, seccato da un’improvvisa siccità.
Mi sentivo sul punto di rimettere quel poco cibo, ingerito con disgusto.
Lo stomaco doleva in fitte tremende, a palesare il rimprovero per la superficialità con cui avevo saziato l’appetito, ingerendo cibo sconosciuto.Quelle radici dovevano essere velenose.
Mi ritrovai madido di sudore, senza motivo apparente.
Alzato lo sguardo, il sole che fino ad un attimo prima splendeva raggiante per il rinnovato vigore, sembrava danzare, beffardo del mio incedere faticoso.
Non volevo cedere al dolore, spinto da chissà quale orgoglio.
Il mondo circostante sembrava rischiarato da una luce tremula, irridente.
Le ombre fluttuavano a ghermire l’aria rarefatta, in un balletto di anime sprezzanti.
Testardo, duro, provai ad allungare un altro timido passo, ma mi trovai ad abbracciare il terreno, sfinito da quello sforzo insignificante.
A terra.
Immobile.
A fissare quel terreno rossastro.
La faccia a baciare il calore del suolo.
La mente che viaggia e si alza ad osservare il mio corpo disteso.
Mi sembrava di volare nel cielo pulito, come se stessi osservando di lassù, il mio corpo muoversi nel ritmo placido e regolare del respiro.
Finalmente mi rendo conto di volare per davvero, almeno con la mente. Fatico a comprendere il momento ma mi ritrovo catapultato all’altezza delle più alte cime.
Sono tutt’uno con il falco, che aveva guidato il mio cammino in questi ultimi giorni. Posso sentire il suo respiro, più breve e nervoso di quello di un essere umano, avverto il suo istinto che lo porta a scegliere sempre la corrente giusta.
Mi fu possibile provare il brivido della velocità, portato dalle ali spiegate di quell’uccello magnifico.
Capivo quasi d’istinto gli angoli giusti per poter planare leggero…
Inizialmente la mia reazione fu di panico, al sopraggiungere di stimoli che avvertivo come estranei, non miei. Faticavo a reggere l’onda di emozioni che mi travolsero tutte insieme.
Fui preso da una paura tale, che quella provata fino ad allora, si trasformava in patemi da bambino.
Cercai il suolo, il mio corpo, per trovare conforto, ma il volo mi aveva ormai portato dove non lo potevo più vedere.
Sarei voluto tornare in me, al mio vero essere, ma annaspavo come sul punto di affogare, la mente che non voleva tornare a galla, lasciandomi alla deriva.
Sconvolto dal trovarmi al di fuori di me, mi sembrò addirittura di sentire il falco parlare con me, nel tentativo di rassicurarmi, ma non poteva essere che un’illusione…
La mente senza appiglio di certezze si ritrovava a voler credere a qualsiasi cosa le potesse dare conforto.
Continuavo a sentire i suoi pensieri come fossero i miei, rifiutando però di credere a quell’improbabile incoraggiamento.
Come se gli fosse stato possibile comprendere la mia ansia, il falco sembrava cercasse di calmarmi con un suono dolce, pacato, sereno. Sembrava quasi la voce di mia nonna, a rincuorarmi nel fischiare dell’aria smossa dalle possenti ali.
Decisi di fidarmi, una volta ancora, del suo istinto atavico, cercando di non impazzire del tutto.
Poco alla volta sentivo placarsi i miei timori, mentre il mio compagno di viaggio mi assicurava di non preoccuparmi,che nulla di male poteva accadere al Figlio del Dio del Vento e che mi avrebbe aiutato ancora a lungo, perché era proprio da lui che gli ero stato affidato.
Dopo aver ritrovato la calma, potei apprezzare le capacità di volo di quella splendida creatura.
I passi che avevo faticosamente superato nei giorni precedenti, non sembravano così arcigni visti da quella prospettiva. Il mondo da quella postazione privilegiata appariva ancor più imponente nella sua vastità.
All’improvviso nella mia mente offuscata presero vita le immagini di un tempo passato, sconosciuto.Mentre mi lasciavo cullare dal vento si palesarono momenti già trascorsi.
Dei balletti di luce si riflettevano davanti ai miei occhi.
Al centro di questi figure indistinte che progressivamente si definivano nel proprio calore.
Vidi una giovane donna con gli occhi di mia madre, in piedi sugli scogli, mentre sorrideva e sembrava cantare.
Era sola, ritta di fronte alle onde, ma sembrava condividere quei momenti con qualcuno, che però non riuscivo a scorgere.
Tutt’ intorno il vento soffiava con grandi ed intense folate, che pure non sembravano infastidirla.
Appariva felice in quei frammenti.
Non sembrava la donna sconfitta e travolta dalla vita che ho conosciuto. I suoi occhi si perdevano nell’azzurro del cielo ed avevano una bellezza infinita.
I capelli accarezzati dal vento, di tanto in tanto le coprivano il viso.
Poi per respiro improvviso, tornavano ad incorniciare quel volto disteso.
…E cantava di un figlio che stava per nascere e del suo amore che non avrebbe mai potuto sposare.
Una canzone triste ma che aveva il sapore di un frutto dolce, succoso…dolce ed aspro come un limone.
I miei occhi si velarono di lacrime.
Non osservavo più con timore il suolo sottostante.
Lasciai il falco a guidare il mio volo.
Mi chiamavano Chihuahua, ed ero davvero il figlio di un Dio!
Il sole era alto quando finalmente tornai in me.
Volsi attorno lo sguardo,ma non riconobbi quel paesaggio.
Non ero più nello stesso posto in cui ero svenuto.
Probabilmente nemmeno il giorno era lo stesso, vista la posizione del sole.
Doveva essere di nuovo mattino.
Il mio stato d’incoscienza era durato almeno una giornata, forse addirittura di più.
Quelle maledette radici che avevo mangiato, dovevano contenere una qualche proprietà allucinogena. La testa pulsava pesante a sfogare lo stordimento. Ero reduce da uno strano sogno e risvegliarmi in quella terra desolata non faceva che aumentare la confusione che avevo in testa.


Pietre e polvere intorno a me, nient’altro.
Ritto su un masso appuntito, il falco mi osservava curioso, la testa leggermente inclinata come a salutare il mio tardivo risveglio.
Ricambiai con uno sguardo indagatore, perché il sogno che avevo fatto mi suscitava più di qualche perplessità.
Alzai gli occhi a guardare dritto davanti a me.
La Grande Roccia se ne stava indifferente ai millenni, imperturbabile, mi sbarrava il passaggio.
Non riuscivo a capire come fossi riuscito ad arrivare fino a lì.
La mia sorpresa era assoluta.
Probabilmente il mio stato di delirio incosciente mi aveva portato a vagare per ore, allo stremo delle forze ed il destino aveva deciso di sorridermi indirizzando i miei passi.
Oppure ero giunto a destinazione ancor prima che le radici potessero scatenare le allucinazioni che mi impedivano ora di ricordare le ultime ore.
Il sogno che avevo vissuto non poteva essere reale!
Non potevo certo essere arrivato volando trasportato da quel falco che mi sembrava ora osservare sogghignante le mie perplessità.
Accantonai quelle riflessioni che mi avrebbero probabilmente portato ben poche risposte. Finalmente avevo raggiunto la prima meta di quel massacrante viaggio.
Al di là di quel masso gigantesco l’Altrove mi aspettava.
Nascosto dalla grande roccia avvertivo pulsare il mio destino.
Le fatiche non avevano fatto altro che amplificare la mia sete di vita.
Ascoltai l’attimo per un istante ancora.
Presto sarebbe cominciato il tempo delle risposte.
Inspirai.
Espirai.
Infine mi accorsi che il vento stava respirando con me.

Commenti

  1. Come vedi sono venuta a visitarti.Ho letto tutti i martedì. Molto interessante questo viaggio del protanista, questo anelito del trovare le origini, lo trovo familiare, trascende in una atmosfera , che per me è una ricerca spirituale. Come il volo, che mi fa pensare all' obe, che ho vissuto in due diverse occasioni.
    Ti seguirò con piacere. Tornerò per le poesie e ti lascerò traccia.
    Ciao
    francesca

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