Mi chiamavano Chihuahua(secondo martedì)

LA FUGA


Gli anziani alla testa della processione, tenevano un’andatura solenne, accompagnando con canti atavici il loro incedere.
Era finalmente giunto il giorno che tanto aspettavo, quello che ritenevo più adatto ad attuare i miei progetti di fuga.
Avevo faticato, la sera prima, a contenere il mio entusiasmo.
Fortunatamente mio padre non era mai stato osservatore attento dei miei stati d’animo. Da tempo avevo imparato a nascondere il mio sentire, nell’ombra lunga della sua freddezza.
Ho mangiato con appetito, rassettato la spoglia capanna e mi sono subito rannicchiato in disparte, fingendo di dormire, per evitare le occhiate indagatrici della nonna.
Il pagliericcio come rifugio dei miei pensieri.
Di dormire non se ne parlava.. Ero troppo preso ad immaginare tutti i possibili mondi che la mia fantasia immaginava esistessero, al di là della Grande Roccia. Il cuore mi sembrava sul punto di scoppiare dalla felicità.
Com’ero ingenuo!!
La mattina successiva era sembrata interminabile. La mia consueta ed irrimediabile solitudine, accentuata dallo snervare dell’attesa.
Ho salutato il mare che forse non avrei più rivisto e sul bagnasciuga, i grani della sabbia, l’odore salmastro ed il suono ipnotico delle onde, erano quasi riusciti a farmi cambiare idea. Poi, mentre camminavo sulla riva ho visto la risacca che si mangiava i miei passi, cancellando le piccole orme dei miei piedi da giovane uomo. Se fossi tornato indietro, il mare che tanto avevo amato, li avrebbe cancellati ancora, ed ancora, ed ancora..
Tanto valeva, andare avanti senza guardarsi alle spalle.
Era finalmente giunto il momento.
L’intero villaggio era denso di vita per l’approssimarsi del rituale più importante per ogni uomo della nostra razza, e tutti gli abitanti si sentivano in dovere di essere presenti alla celebrazione del proprio futuro.
Nell’aria risuonavano i canti d’invocazione ad Axero, il Dio supremo, mentre i tamburi percossi con devozione quasi estatica, contribuivano ad eccitare gli animi.
I Vecchi del consiglio, dopo aver chiamato a sé i giovani che sarebbero stati iniziati, presero a guidare il fiume umano fuori dal villaggio, verso la Quercia del Tempo.
La mia determinazione si riscaldava nel veder sfilare in processione tutte le persone che avevano reso, fino a quel momento, insopportabile, la mia ancora breve esistenza.
Giunti alla radura, venne acceso un falò, attorno al quale i giovani presero a danzare in estasi mistica. I loro volti dipinti con colori che rappresentavano le varie fasi della vita, tradivano orgoglio ed emozione. Mia nonna al mio fianco cantava, come tutte le altre donne, per la loro infanzia oramai alla fine, mentre mio padre nella schiera dei guerrieri, batteva la lancia sullo scudo in un ritmo cadenzato.
Con urlo belluino il primo dei ragazzi ad uscire dal cerchio rituale, prese ad arrampicarsi sull’albero sacro.
Era il momento.
Mentre erano tutti con lo sguardo rivolto all’insù, feci per sgattaiolare via, ma il mio braccio veniva tenuto con forza.
-Vai Figlio del Vento, è giunta l’ora di volare via.. -
Mia nonna nel suo silenzio aveva capito il mio progetto.
Ricacciai a fatica una lacrima, e corsi via.
A testa bassa, senza voltarmi, sono entrato nel bosco e subito ho dovuto rallentare, visto l’intricato intreccio che mi sbarrava il passo. In men che non si dica, il mio corpo era pieno di graffi e tagli, ma era il cuore a scoppiarmi di salute.Testardo, duro, come nemmeno sospettavo di essere, non mi avrebbero di certo fermato quelle piante puntute. Erano sicuramente più taglienti e dolorosi i silenzi da cui avevo deciso di scappare.
Mi ero però reso conto quasi subito, di essere stato troppo ottimista nel valutare il tempo che mi sarebbe occorso per raggiungere la Grande Roccia. Avevo stimato di arrivare in prossimità della stessa prima del calare della sera, ma, fin da subito, mi fu chiaro che avevo sottostimato, la difficoltà dell’obiettivo.
Avrei dovuto passare la mia prima notte di libertà, all’interno del bosco, e la cosa non mi allettava.
Preso dalla frenesia, non avevo prestato attenzione all’ambiente da cui ero avvolto. L’intrico del fogliame consentiva il passaggio ad una luce tenue, quasi sporcata dal verde che annegava lo sguardo.
Anche lo scorrere del tempo sembrava cambiato. Il sole cominciava appena a tramontare, anche se mi sembrava di essere in marcia da diverse ore.
Il silenzio che fino a poco prima sembrava assoluto, divenne ben presto fragoroso. Cominciavo a cogliere i segnali della vita che mi circondava. L’obiettivo si spostava poco a poco. Avevo da tempo rifiutato l’ambiente circostante, troppo ostile nei miei confronti, ed ora i miei sensi tornavano ad avere voglia di tradurmi il mondo intorno, in un tripudio d’impulsi.
Profumi di vita ad aprire i contorni del suono più lieve a svettare tra tutti.
Il bosco sembrava vivo, tale era la varietà e ricchezza di stimoli che mi regalava, ed i rumori non erano più una massa indistinta, ma cominciavano ad arrivarmi singolarmente, ognuno con la propria unicità.
Non ho avvertito la fatica di un cammino reso comunque difficoltoso dalle asperità del terreno, fino al prepotente calar della sera.
Accendere un fuoco non era stata certo un’operazione complicata, eppure nella mia mente cominciava a farsi strada la consapevolezza di aver intrapreso un’impresa cui non ero preparato. Non sapevo esattamente dove fossi, a quale distanza si trovasse realmente la Grande Roccia, né come avrei fatto a superarla per raggiungere quei luoghi sulla cui esistenza nessuno aveva mai creduto.
Ero forse davvero pazzo a credere di essere in grado di sopravvivere da solo, in quel bosco che cominciava ad apparirmi ostile.
Probabilmente avevano ragione a considerarmi indegno, gli abitanti del villaggio.
Sicuramente nessuno aveva dato importanza alla mia assenza.
Probabilmente anche mio padre non rimpiangeva quel figlio mai del tutto accettato. Eppure sapevo che almeno la mia anziana nonna, dormiva pregando per la mia felicità. Sicuramente nei suoi sogni si sarebbe rivolta al Dio del Vento, perché prestasse attenzione alle sorti di colui che riteneva esserne il figlio.
Sapevo anch’io di aver bisogno della protezione degli Dei, in quell’impresa, per cui presi una manciata di terra e la gettai nel fuoco scoppiettante ripetendo le formule di un rito antico per propiziarne i favori.
Finalmente potevo arrendermi al sonno.
Fu la fame a svegliarmi l’indomani.
Dovevo assolutamente trovare qualcosa da mangiare!
Da troppe ore non mi rifocillavo, eppure non sapevo come fare per nutrirmi.
Potevo sentire uccelli che cantavano, come piccoli roditori che si muovevano indaffarati nelle prime luci del giorno, ma non avevo portato nessun’arma che mi potesse permettere di cacciare.
Mi posi in cammino cercando di non dar credito alle lamentele del mio stomaco prossimo alla ribellione…
Mi aspettavo di trovare una vegetazione ancora più fitta man mano che mi inoltravo nel cuore del bosco, ma per mia sorpresa il cammino si faceva più agevole. Non erano più le felci ed i rovi a farla da padrone, ma alberi imponenti e maestosi, rigogliosi di anni ad osservare immobili, l’affannarsi del tempo.
Sui loro tronchi colonie di formiche operose, sembravano sul punto di conquistare il mondo, ma hanno dovuto accontentarsi di calmare il mio bisogno di cibo. Anche alcuni succulenti lombrichi,furono sacrificati alla causa…
La sera mi colse una volta ancora lontano dalla Grande Roccia.
Così per giorni, camminai per non so quanto tempo, oramai ero sfinito.
Allo stremo delle forze per la mancanza di cibo e per la fatica del viaggio, mi sentii alla deriva. Smisi di mettere i passi secondo un filo logico nella convinzione di essermi oramai perso. Vagavo, semplicemente assecondando la mia cocciutaggine.
Non avevo molta scelta!
L’unica mia possibilità, consisteva nel continuare quella marcia che mi stava sfinendo.
Tali erano le mie difficoltà da non rendermi conto che il paesaggio intorno a me stava cominciando a cambiare. Gli alberi erano meno maestosi, il suolo era più pietroso e secco. L’erba era distribuita a chiazze spelacchiate e sporadici cespugli avevano sostituito grovigli legnosi dal colore intenso che avevano fatto da sfondo al mio peregrinare degli ultimi giorni.
Decisi di fermarmi a riposare all’ombra di una pianta che sembrava un salice e che mi oscurava il cielo. Strappai un pezzo di umida corteccia e la succhiai nel tentativo di dissetarmi. Di fronte a me mi sembrava di scorgere delle more selvatiche. Mi alzai con rinnovato vigore e depredai di quei frutti succosi il benedetto arbusto. Nettare degli Dei, sembrava alla mia bocca ormai confusa da una dieta bislacca.
Sollevai il capo in una preghiera di ringraziamento ad Axero, Dio magnanimo, che divenne un canto di speranza non appena mi accorsi che tra le verdi cime, svettava la Grande Roccia, finalmente vicina come non mai.
L’energia ritornò ad abitare il mio corpo, come speranza rinata.
Mi gettai in una folle e barcollante corsa, finchè non giunsi in una radura.
Il traguardo era ormai raggiunto.
Rincuorato, decisi di passarvi la notte ed accesi il fuoco.
Nonostante la stanchezza, la sensazione predominante era d’irrequietudine…
Se non fossi riuscito a superare quel muro di roccia maestoso?
Come mai da qualche ora avevo come l’impressione di essere osservato?
Riposi tali assennate domande in assonnato silenzio.
La notte già occhieggiava ad un domani rivelatore.

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