Mi chiamavano Chiuauhua(terzo martedì)

IL FALCO


Non furono il chiarore della nuova mattina, né rumori provenienti dal bosco adiacente, ad anticipare il mio risveglio. Mi ridestai di soprassalto, all’improvviso, con la sensazione illogica di non essere solo, in quella piana sperduta, a poche ore di cammino da dove sarebbe cominciata la salita che portava alla Grande Roccia.
Eppure nessuno poteva essere con me, anzi, la solitudine era quella compagnia cui mi sarei dovuto abituare, nel mio esilio volontario.
Mi scrollai di dosso ogni pensiero negativo, cogliendo delle bacche, adatte a far carburare lo stomaco.
L’aria cominciava a risentire della vicinanza delle montagne sulla cui sommità si trovava la Grande Roccia. Era quasi piacevole sul viso, pungente ma non ancora abbastanza fredda per essere fastidiosa.
Il cielo era limpido, terso.
Nell’aria, solo un falco, volava elegante a conferire un tocco di vita ad un paesaggio, che altrimenti appariva immobile in modo quasi ostile.
Eppure non riuscivo ad accantonare, la sensazione di avere compagnia.
La convinzione di potercela fare, veniva rafforzata dall’impressione di essere protetto da una qualche entità che, di nascosto vegliava sul mio vagare. Incantato, rimasi ad osservare come rapito, le evoluzioni mattutine, di quella creatura che dominava i cieli dalla notte dei tempi.
La sagoma scura si librava leggera nell’aria, consapevole solo delle correnti ascensionali.
Libero, come non sono mai stato, mi persi nel suo volo denso di grazia e potenza. Ad uno sguardo più attento, notai le macchie brunite che gli coloravano il petto, che divenivano strisce, fino a sfumare in un color crema e cioccolato sulle penne remiganti, adatte a stabilire acrobatiche traiettorie.
Non riuscivo a togliere lo sguardo dalle sue evoluzioni, in ampie ruote concentriche, finchè, senza alcun preavviso, lo vidi partire in picchiata e sparire dalla mia vista.
Fulmineo, si era gettato in una caduta accellerata dall’aerodinamica perfetta, messa a punto in millenni d’evoluzione.
Il re dei cieli non da’ scampo quando individua una preda.
Scosso da quel volo rapace, ripresi il mio cammino.
Ancora rapito da quella caccia cui difficilmente si poteva sfuggire, mi diressi nella direzione in cui avevo visto tuffarsi il magnifico volatile.
Ero attratto da quel predatore perfetto.
Eccolo riapparire in volo…
Dal momento che si dirige verso la Grande Roccia, continuo a seguirlo.
Ecco la compagnia che cercavo!
La sua presenza torna a darmi un senso di speranza.
Probabilmente era l’unico e vero sovrano di questo angolo alla fine del mondo. Non sarebbe potuto sopravvivere se nella zona non ci fossero state fonti di sostentamento.
Avendo assistito alla sua battuta, posso essere certo di trovare anch’io del cibo che mi consenta di riprendere le forze, e posso anche sperare nella presenza di una riserva d’acqua, dove dare tregua alla sete che mi secca la gola.
Nel proseguire il cammino, accantono le ansie che mi avevano colto al risveglio.Non passa molto tempo prima che i miei desideri vengano esauditi…
Dapprima con cauto ottimismo, poi con concreta speranza, ed infine con debordante entusiasmo accolgo il rumore dell’acqua che scorre.
Tra i massi che cominciano a caratterizzare un paesaggio che si fa man mano sempre più brullo ed inospitale, serpeggia un ruscello d’acqua cristallina, una visione paradisiaca dopo giorni di sconforti.
Il falco di lassù, osserva con distacco la mia crescente eccitazione…
Come in trance, proseguii lungo le sponde del ruscello che mano a mano si allargava a formare un piccolo lago dalle acque placide, ma cristalline.
Giunto alla riva del lago, potei finalmente dar tregua alla gola .
Alzato lo sguardo, mi trovo di fronte un muro di pietra, sporcato qua e là da arbusti ed alberi che affondano radici non si sa come, in quel terreno inospitale.
L’imponenza è da togliere il fiato.
Colori innaturali, fanno da sfondo a quella piccola oasi.
Rimango estasiato ad osservare quei massi giganteschi, ammassati con grazia dal trascorrere di secoli d’ assestamento.
Mi sento infinitesimale.
Pulviscolo al cospetto d’eternità granitica.
Con lo sguardo provo a scalfire l’immensità dell’opera di Axero.
L’intero paesaggio è preghiera tangibile, alla grandezza di una divinità potente e consapevole della propria immanenza su questa nostra terra.
Decido di fermarmi a riprendere le forze consumate dalla marcia a tappe forzate cui mi ero sottoposto.
Avevo bisogno di essere nel pieno della mia forma fisica, per proseguire il mio viaggio verso la Grande Roccia, e questa riserva naturale di acqua e cibo, era senza dubbio il posto migliore dove ritemprarsi dalle fatiche degli ultimi giorni.
Alzai gli occhi al cielo, per rendere omaggio alla grandezza di Axero.
Il falco che aveva accompagnato il mio cammino mattutino, aveva trovato asilo, tra le rocce, scomparendo allo sguardo.
Era tempo anche per me di trovare rifugio al coperto, e le piccole grotte che bucherellavano i fianchi di quei lastroni granitici, sembravano adatti alle mie necessità.
Non mi ci volle molto, per trovare un angolo sufficientemente riparato, e consono al mio bisogno.
Diedi uno sguardo ad abbracciare la vallata che ricambiò con una vista di una bellezza da far accapponare la pelle,soprattutto per chi, come me era nuovo a queste manifestazioni della magnificenza divina.


Tra quelle rocce protese verso il cielo come mani giunte in preghiera, probabilmente, anche il mio corrispondente alato, stava rimirando con orgoglio quel suo regno spettacolare.
Provai ad immaginare, come potesse essere la vista di cui disponeva quando si levava in volo per una delle sue battute alla ricerca di cibo. Chiusi gli occhi e mi feci cullare dall’illusione di potere, anch’io, librarmi nell’aria ad accarezzare le nuvole.
Il pensiero volò a coccolare il ricordo di mia nonna, che sosteneva fossi figlio del Dio del Vento. Avrei giurato di sentirla salutare i miei ultimi giorni…
-Forza, figlio del vento…il mondo oltre la Grande Roccia ti aspetta!-
Rivolsi una preghiera ad Axero ed al Dio del vento perché la proteggessero.
Dopo qualche ora, per mia grande gioia, il falco apparve di nuovo nel cielo pulito a disegnare le sue traiettorie.
Quasi volesse salutarmi, planò a pochi metri della grotta dove avevo trovato rifugio,per poi rialzarsi, sicuro, a solcare più alte quote.
Senza minimo preavviso, mi colse di sorpresa nuovamente, gettandosi in picchiata ad una velocità folle, come filo di piombo, verso il lago. Forte di una perfezione tangibile, schiaffeggiò l’acqua come la mano di un gigante, sollevandone schizzi cristallini.
Quando riemerse, stringeva tra le forti zampe una nuova preda.
Un pesce di grosse dimensioni, si dibatteva inutilmente, tentando di ribellarsi all’uccello che lo stava portando nell’altro lato del blu.
Quasi a vantarsi di quel nuovo successo, il rapace, si appollaiò su una sporgenza non lontana da dove stavo assistendo la scena, fissandomi con quegli occhi fieri ed acuti, mentre stringeva in una morsa salda e sicura, gli ultimi istanti del dibattersi disperato della sua ultima vittima.
Sembrava mi stesse sfidando.
Poi, repentinamente, se ne andò, scomparendo di nuovo alla vista.
Scosso da quella strana situazione, abbandonai ogni istinto contemplativo…
Mi accorsi immediatamente di essere affamato come non mai!
Dopo quella dimostrazione, decisi di cercare di pescare qualcosa, in modo da cibarmi in modo più adatto, rispetto alla dieta non certo adeguata degli ultimi giorni.
Strappai un ramo da un piccolo albero che riusciva a crescere, non si sa bene come, tra le rocce adiacenti al mio rifugio. Utilizzando una pietra tagliente, lo dotai di punta appuntita, e mi diressi verso il lago dove riuscii a procurarmi la cena.
Passai in quella vallata diversi giorni, in cui ripresi le forze necessarie ad affrontare la parte successiva del mio viaggio verso l’ignoto.Il lago risultò essere prodigo di cibo, che riuscivo a procurarmi senza troppa fatica.
Durante il giorno, oltre a dedicarmi alla pesca ed a lunghe e rigeneranti nuotate, continuavo ad osservare il falco che condivideva con me l’accoglienza di quel luogo.
A volte mi sembrava quasi si fosse instaurato un muto dialogo, tra di noi. Forse era solo un’illusione dovuta alla mia totale solitudine, ma avevo la sensazione che quello splendido esemplare, non mi avrebbe abbandonato tanto presto.
Il tempo, durante la mia permanenza, rimase incantevole ma, verso l’ultima sera della mia permanenza prese ad infuriare un forte vento freddo.
Mi spinsi fino in fondo alla grotta che mi aveva ospitato in quei giorni, per ripararmi dal fortunale, che sentivo abbattersi sulla vallata, con violenza improvvisa.
Il fuoco danzava al soffio di un’aria gelida.
Potevo sentire la forza devastante degli elementi, al di fuori.
Confesso di aver sussultato più volte al brontolio sordo e minaccioso di tuoni che pretendevano attenzione.
Lo scroscio incessante della pioggia aveva un che di ipnotico, regolare e continuo, a dissetare il terreno. Mi sentivo protetto dalla salda roccia che mi copriva il capo, ma rispettoso della furia degli elementi.
Dovevo essermi appisolato, dal momento che mi sembrava di sentire chiamare il mio nome, tra il fischiare del vento.
Eppure quel suono sembrava nitido pur nel baccano di un temporale di tale intensità.
Nell’antro che mi dava rifugio il tempo e lo spazio venivano alterati dallo scatenarsi della tempesta.Ombre saettanti alla luce del fuoco e dei lampi, popolavano con danze epilettiche le pareti rocciose.
Ed il vento sembrava davvero chiamarmi e cercare la mia attenzione.
Poi, all’improvviso, la tempesta si trasformò in semplice acquazzone.
Faticavo ad allontanare l’inquietudine che avevo provato pochi istanti prima.La mente elaborava il ricordo di quella voce, confusa tra il frastuono del fortunale.Probabilmente era solo nella mia testa, mi ripetevo che era il frutto della suggestione, ma ero il primo a non essere convinto delle mie stesse spiegazioni.
Ben presto mi rassegnai ad essere sconfitto da simili pensieri e provai a dormire in attesa dell’indomani.
Le nuvole avevano deciso di non salutare il mio risveglio, e mi svegliai intuendo una giornata di sole. Ancor prima di uscire a ringraziare il nuovo giorno, fui attratto da un rumore come di grattare insistente all’ingresso della grotta. Incuriosito, tornai alla luce di un sole malconcio, indebolito dai rovesci della sera precedente.
Feci scorrere lo sguardo sulla vallata che risplendeva come specchio negli angoli in cui il sole rifletteva i suoi raggi nelle venature di cui si era impossessata l’acqua piovana.
Presto fui attirato da un verso stridulo alla mia destra.
Ad attendermi, poco distante, potevo vedere il falco che mi aveva tenuto compagnia in quelle giornate. Sembrava irrequieto, come spazientito da un’attesa troppo prolungata. Sicuramente non era affatto intimorito dalla mia vicinanza, anzi, sembrava quasi volesse comunicare con me, dal modo in cui mi osservava.
Mi rivolse uno sguardo intenso, dalla difficile decifrazione.
Mi fissava diritto, senza accenno di paura.
Mi chiamò ancora con quel suono tagliente e sgraziato.
Poi, spiccò in volo come ad invitarmi.
Inizialmente rimasi di sasso, sbigottito ed immobile, incapace di metabolizzare la strana situazione.
Ero sicuro che cercasse di guidarmi, come gli fossi stato affidato in custodia. Non c’era ostilità o minaccia nei suoi atteggiamenti…
Dopo pochi metri, si fermò ancora a guardarmi e mi chiamò di nuovo. Sembrava consapevole di ciò che voleva ed era questa sensazione a procurarmi disagio.
Presi a seguirlo senza pormi troppe domande.
Con un falco a guidarmi di lassù ripresi il mio cammino verso la Grande Roccia, in una corsa che pretendeva di conoscere il nuovo che mi aspettava.

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