Esilio di voce-Francesco Marotta

Esilio di voce

Francesco Marotta
ISBN 978-88-6300-043-6
Costo euro 10,00 - Pag. 84
Edizioni Smasher
Prefazione di Marco Ercolani
Foto di copertina di Giulia Carmen Fasolo

"Marotta parla di “quel tempo di amare che ha l’ombra / quando ne invochi il morso vivo / dove trovare riparo”. Parla di “vene a passo d’erosione”, di “verbi di declino”, di “un percorso che si rivela in squarci”: una visione tragica e definitiva del mondo. Percepisco una certa analogia con le fotografie dello sloveno Evgen Bavcar, il fotografo cieco, che dal mondo che non vede ricava frammenti in stato di transe, squarci di apocalissi, luminescenze di rovine. Un’immagine mi è rimasta impressa, e voglio restituirla come omaggio alla poesia di Francesco: un volto in penombra e una mano che schiaccia un pezzo di stoffa nell’occhio sinistro di quel volto. Le immagini di Bavcar – chiese, palazzi, rovine, volti, giocattoli – sono trasfigurate, perché l’occhio cieco e veggente del fotografo le guarda all’interno di sé. Non diversamente si muovono le parole nella poesia introflessa e visionaria di Marotta: “le sillabe raccogli che la mano nasconde / prima di cedere sotto la sferza / di un lampo / alla cecità di dare ancora un nome”.


In Esilio di voce il poeta lancia una sfida inattuale, da anacoreta: usare una poesia ermetica “a palpebre sbarrate / nell’esilio di voce”, rigorosa e tradizionale, per svellere i codici stessi della tradizione. Sa che un poeta, se si allontana troppo dalla natura della lingua per inseguire giochi verbali e acrobazie stilistiche, rischia di diventare un pittore “astratto” che non graffia più la sostanza delle cose. Marotta, pur non essendo un poeta “figurativo”, usa le parole dentro il loro senso e il loro suono abituali per farle vibrare di e per significati ulteriori, decostruendo la sintassi, inventando un’architettura neutra composta spesso di anacoluti e sospensioni tonali, trasformando la pagina più in una superficie pittorica e musicale che in un luogo soltanto verbale. E come potrebbe, un poeta surreale e violento come lui, restare all’interno delle logiche linguistiche se non sommuovendole come all’interno di un maremoto?"

dalla prefazione di Marco Ercolani

"I fattori e gli elementi che concorrono alla configurazione della poetica marottiana sono svariati e andrebbero presi in considerazione prima singolarmente e poi nelle relazioni con gli altri. Si potrebbe parlare di una sorta di catena patemica, e in effetti, a ben guardare, ci sono delle ricorrenze che non esiterei a definire esemplari, talvolta lampanti e, per così dire, in bella mostra, talvolta invece celate all’interno del non-detto poetico. Siamo in presenza (sarebbe più appropriato dire: siamo nell’avvento di una «venuta in presenza») di affezioni e di passioni...

Marotta, spesso, sembra chiedere tempo al tempo

visitazioni di parole nel tempo
immaginando cosa nascondono
di gesti incompiuti le mani
pietrificate senza lume
quanta l’incuria
in calce ai suoni
ripetuti in forme di abbandono
fino a scoprire il labbro
dove ripara un grido
scampato alle carte della sera
una dimora d’ombre e fortuna
in cui si recitano pensieri
a una corolla il sillabario delle api
udito alla foce del respiro

Se isoliamo alcune parole possiamo riscontrare la presenza di alcune chiavi d’accesso: visitazione, pietrificazione, abbandono, dimora, sillabario, foce e respiro. In soli tredici versi troviamo una sorta di summa atheologica delle (r)esistenze e delle ricorrenze marottiane, una summa che non è sicuramente esaustiva ma che rappresenta comunque una soglia d’accesso alla sua visione del mondo.

Jabés: “Un giorno arriveremo a leggere gli spazi bianchi tra le parole, grazie ai quali soltanto possiamo avvicinarle”.
Ho sempre avuto l’impressione che gli spazi bianchi tra le parole marottiane non fossero mere pause del dettato. Quel bianco si concede l’onere e l’onore di farsi depositario del non-detto. Quel bianco si apre accadendosi. Cos’è che accade?
Accade l’accadimento che non è manifestato e che vive all’interno di quei buchi, di quei varchi, di quelle piaghe cui si accennava poc’anzi. Accade la spartizione. Accade lo spaziamento. Accade l’inconosciuto. Accade l’inderogabile, e via dicendo.
È come se quel bianco contenesse i resti di una prima scrittura le cui tracce (impronte), quasi impercettibili, sopravvivono a qualsiasi procedimento di licura. La scrittura di Marotta è, idealmente, sovrascritta sulla scrittura originaria. È questa la sua grandezza.
È difficile trovare una scrittura che cancelli il tempo originario per innestare un nuovo tempo che, a sua volta, tende a ritrovare proprio quel tempo che ha cancellato per meglio cancellarsi. Ma questo è proprio quello che accade, questo è l’accadimento che si apre spartendosi e spaziandosi. Questo è l’accadimento che si consegna, lucidamente, all’inevitabilità di un punto d’arrivo che non potrà mai essere identificato e quantificato."

Estratti da una nota critica di Enzo Campi che trovate per intero su Poetarum silva

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