Poesia: Virus(e altri scempi)-Ivan Fedeli-Dot.com Press(2011)


Virus : e altri scempi / Ivan Fedeli ; prefazione di Manuel Cohen. - Buccinasco : Dot.com Press, 2011

ISBN9788896048269



Ho avuto la possibilità di assistere alla presentazione di Virus di Ivan Fedeli, durante un incontro organizzato dai tipi di Onirica edizioni per la manifestazione Castel d'Arte, ritrovi presso il Castello Visconteo di Cassano d'Adda che si svolgono ogni secondo venerdì del mese e che si rivelano sempre interessanti spunti di dibattito, nella sinergia del reciproco ascolto.

Ivan Fedeli è nato a Monza nel 1964 e vive a Ornago (MI). Laureato in Lettere, è insegnante di materie letterarie e si occupa di scrittura creativa.

Ha pubblicato diversi percorsi poetici: Abiti comuni (Il Ponte Vecchio), Una religione di parole (La Fenice), Dialoghi a distanza nel volume "Sette poeti del Premio Montale" (Crocetti), Vie di fuga (Biblioteca di Ciminiera - GED edizioni), Un mondo mancato (Il Foglio).

Sue poesie sono apparse su alcune riviste letterarie.

Si sono occupati della sua produzione poetica Raffaele Crovi, Alberto Bertoni, Mara Cini. 

È redattore della rivista Le Voci della Luna e socio di Milanocosa dal 2005.

Il suo ultimo lavoro fa parte della nuova collana PoEtica (diretta da Manuel Cohen) delle edizioni Dot.com Press, nate per continuare tutte le collane già edite con il logo Le Voci della Luna, e realizzarne altre a marchio proprio.
Una forma poetica scevra dal lirismo ed assolutamente efficace, provocatorio nel costringere il lettore alla riflessione, ad una introspezione non autoreferenziale ma indirizzata al posto che ognuno di noi occupa all'interno della nostra società, scavando nell'umanità sociale dell'individuo, in quelle  radici spezzate ma, forse, non del tutto inermi.
Una raccolta piena di rimandi letterari evidenti e non celati, confessati con  una schiettezza che ne rafforza il senso, dando ulteriore energia al percorso di ricerca poetica messo in essere dall'autore. 
Un libro attuale, che non si limita ad una sorta di cronaca poetica, ma che dalla cronaca stessa cerca di veicolare una tensione ulteriore ed ogni volta personale. Virus è un lavoro che non può lasciare indifferenti, riuscendo a dar luce a pulsioni appena sopite e riflessioni cavalcate a pelo.

[...] Virus è una narrazione complessa e lineare, un grande affresco, accorato e cordiale, corale e discorde, di epicità negativa e popolare, di epica epocale di derelitti e di dannati; si potrebbe anche dirla un’opera-mondo, per l’ampiezza di spettro o prospettiva, per l’ospitalità delle tante microstorieferiali, quotidiane e marginali.
Storie dell’abiezione, per l’accoglimento di una lingua che spalma i suoi registri attraverso le nuove parole della ‘voce telecratica’, attraverso un nuovo idioma o alfabeto globale. Sin dalla titolazione dei vari paragrafi, che spesso si costituiscono nell’autonomia di vere e proprie suite, siamo immessi in uno scenario in cui cose e uomini, vite e oggetti hanno a che fare con la realtà delle merci, o con la destinazione in ‘terre desolate’ (Eliot) o ‘terreni di risulta’ (Buffoni): si pensi allora a titoli come ‘Raccolta differenziata’, dove non a caso, ad esempio, l’endecasillabo si apre, anzi si raddoppia, come raramente accade nella nostra poesia (come nel Pagliarani de La ragazza Carla) perché evidentemente non basta più, ad arginare, a sconfinare, a registrare il presente, oppure ‘Macerie’, e ‘Dopo Ellis Island’. 
L’opera è strutturata e ripartita in varie sezioni, come le stazioni di una contemporanea via crucis, che rappresentano a vario grado l’attraversamento delle stanze e degli stadi di una ‘rivoluzione-mutazione silenziosa’, in cui è dato di cogliere gli stigmi e laStimmung dell’epoca presente. Sono gli stadi e le stazioni dell’universo orrendo (Pasolini), del quotidiano degrado, fisico, paesaggistico, urbano, antropologico e morale, che trovano un collante, una coordinata fondamentale, nell’emblema della peste, come malattia e come metafora, tra primato della violenza e ‘videocrazia’. [...]
Accade così che accanto alla evocazione memoriale dei carri merci e dei carri bestiame, echi ed incubi di passate deportazioni, di esodi, di foibe e di ghetti, faccia il suo ingresso la cronaca presente articolatamente trasfigurata: gli sbarchi, i terremoti, le violenze sessuali, i delitti, le incerte imbarcazioni di migranti e i perseguitati, accanto alle vittime di ronde e ai carnefici dei più deboli, nei rigurgiti di razzismo occidentale non più solo strisciante; ecco che accanto agli appestati o appenati (e sono diversi in tutto il libro, a partire dalle ‘ronde’, i richiami alla poesia di Eugenio De Signoribus, una delle massime voci della poesia, civile e non solo, di questi anni, per l’allegoria cantabile e in rima, per l’ontologia e per l’inermità di sguardo di chi scrive o registra l’esistente[...]
I forti accenti di indignatio, e più, una sobria mitezza di sguardo, richiamano quel particolare cattolicesimo manzoniano, e meneghino nel suo complesso, contrassegnato da elementi di compartecipazione al destino delle risacche di umanità nell’uomo, o quella che un tempo avremmo indicato come la pietas del poeta, e attingono dunque naturalmente a un contesto di linea o di cultura lombarda, mentre qua e là sovrastante o evocata, o altrove richiamata a terra, la giustizia di un Dio, medioevale e sterminatore, che sembra essere da Fedeli attesa come una liberazione dalmorbo e dal contagio, dal male e dalla mattanza: una giustizia che trova il suo emblema nell’acqua, chiarificatrice e lustrale, portatrice di morte e nuova vita. [...]



(Manuel Cohen
 dalla Prefazione)


(Occidente)

li hai visti mai negli occhi quando il vento
li sfregia in mezzo al mare la paura
deve essere questo fuggire senza
sapere dove ritornare là
senza sapere quando perché come.





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