Poesia : STANZE DEL NORD di Federica Galetto (Onirica Edizioni, 2012)




AutoreFederica Galetto
ISBN978-88-96797-35-8
Prezzo€ 10,00





Leggendo Stanze del nord siamo immediatamente trasportati all’interno di due perimetri concentrici, la casa e il paesaggio, quasi due trincee entro le quali lasciarsi andare ad una solitudine invitante, ad una clausura volutamente inviolabile che nello stesso tempo si rivela essere attesa di un prodigio e dove quel prodigio si rivela non essere altro che la scrittura (o la riscrittura di sé).
Entriamo dunque. Siamo dove totalmente assente è l’ordinario. Ogni pur piccolo elemento è visto con acutezza e partecipa della vita della poetessa, condivide il suo percorso e le sue folgorazioni nel serrato confronto con la natura, con il passato, con gli intercalari lasciati scoccare come alleluia in un santuario così echeggiante dei propri spasimi da farle scrivere di punto in bianco che cosa fai/ sulle guglie del mio capo. 
La casa s’adorna del vissuto, è disciplina. Nel suo silenzio viene popolata da presenze confortanti, come quando la Galetto scrive al tavolo dell’angelo che mi ascolta. Così, nelle camere distanti/ nei corridoi spinti al fondo delle ragioni il suo intuito si dipana in un continuo interrogarsi, soccombere e rianimarsi.
Le stanze posseggono la luce soffusa dei timori e al contempo sono culla, sono accoglienza per ogni dopo. Nelle stanze del nord si offuscano i toni; voluttà del non colore dove il tema del dolore sembra concedersi spazio e vita da esaudire.
Eppure in questo vivere appartato tutto è contenuto in una dimensione di comunanza. L’io poetico si nutre di questo pascolo domestico con venerazione, ama le infinite minuzie e le vastità ariose che da lì si prospettano, è un ascolto continuo, inesauribile che attraversa i giorni e le notti, inscindibile dal respiro. 
E dentro questo mondo di pergamena il nord riverbera in ogni lato la sua luce, è un diamante ed anche forse è il segreto di tutta un’esistenza. Qui e non altrove pare dire la Galetto. 
Il paesaggio a volte appare privo di sbavature di sole, provoca la stessa sensazione di un’abluzione nel gelo, un rito compiuto per il sacro dovere di unirsi al tutto. La poesia all’aperto cresce nella tessitura fiamminga di una folla di creature, di vegetali e minerali (acque, siepi, rovi, fiori, linee di colline, filari, alberi). Tutto si doma nel silenzio, si cattura con estrema lucidità. Anche qui, come nelle stanze, il dolore ascende, sconfina da un iniziale segreto per intestarsi ogni altra emozione ma nello stesso tempo sembra assumere i toni di un ringraziamento. Avverte se stesso come forza propulsiva e meditazione necessaria. La bellezza insomma che si conquista tra acerrime fatiche e che fa dire alla Galetto con un verso terso e vivido la sera e la mattina m’incomincio al mio/ sterrato senza voci.
Il paesaggio molto spesso è la neve ma anche la rosa più ardente, le cose scivolano parallele come le pene e le gioie che ci portiamo dentro, ma in entrambi i casi in questi versi gli intrecci delle speranze e delle sofferte verità mantengono comunque una loro grazia sia nella lividezza che nella limpidezza di mattini vissuti sotto il peso inamovibile della realtà.
In effetti l’intento è la reinvenzione della realtà. Leggere: Mele perfette per far tiare. Così all’interno come all’esterno, nei lati spogli e disarmati, negli angoli disattenti, nella crudezza della luce, lungo minime striature di legno, nelle foglie e nei voli improvvisi di creature vogliose di vita, (tortore, corvi, cigni, persino lucciole, falchi, conigli) nella distanza dalla pace, dall’indifferenza, negli anni senza un saluto, in tutto quello che è lasciato trapelare appare un dettato prorompente, una scintilla luminosa che sprigiona una sorta di propria via alla felicità. 
E non esiste una sola riga in cui non sia presente una forma di generosità, l’offerta di sé, di attimi nei quali assimilare, narrare, condividere. Come quando con perfetto equilibrio sa darsi all’assolutezza di un compito scrivendo imparare a distinguere vero e falso/ solo guardando l’erba. 
Lo vediamo, lo impariamo procedendo, le parole come le immagini si sovrappongono, si intersecano, collidono o ruotano in accordo nella stessa riga, collages di cose distanti che si cercano, che solo amalgamandosi riescono a svelare l’animo di chi le ha riunite mostrandone la profondità e l’intensità. 
E poi: Chi mai sapeva chi fossi/ Chi mai sapeva delle mie trecce. Durezza. Non altro. Da cui nascono pregio e misura, nascono ritmo, essenzialità, unicità necessaria per trionfare sulle anonime pantomime dei molti il mio nodo s’annoda/ancor più stretto alla polvere/ nelle pieghe ruvide di un silenzio/ caparbio/ Soffoco piano/ ma non lascio volar via/ quel laccio/ Ché si dice la vita/ è fatta di certezze.
Poi d’improvviso, dopo il soffocare, dopo la pena che non dà tregua, in questa vita raggrinzita d’esasperato oltre le stanze, oltre il fioco confine dell’orizzonte ecco che tutto si apre, si scioglie, sconfina in una perfetta sintesi di elevazione.
E un solo verso è sufficiente a scaldare l’intero, quel suo farsi preghiera, quel chiedere un getto di pace nel buio che irresistibilmente riluce su tutto.

Vera D’Atri

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