READING MUSICALI in ricordo di AMIRI BARAKA

Giovedì 23/01/2014
ore 21
Circolo Libero Pensiero,
 via Isidoro Calloni 14, Lecco

Letture musicate, in ricordo del poeta di rife­ri­mento del Black Power, a cura del Collettivo di improvvisazione Vladimir Majakovskij.

Musiche a cura del Collettivo di improvvisazione Vladimir Majakovskij.
Letture a cura di Alessandro Manca e Maurizio Principato.

guest: Daniele Gilardi nel racconto delle vicende dell'anarchico Simone Pianetti


« Why don’t you fight?! »
Men­tre pensi, men­tre ami, men­tre parli, men­tre nuoti
« Why don’t you fight?! »


Amiri baraka, black power è poesia, di Francesco Adinolfi

Il tweet di Ver­non Reid, chi­tar­ri­sta nero, fon­da­tore dei Living Colour, è peren­to­rio: addio a un grande ame­ri­cano. Poche parole ma emble­ma­ti­che: non un grande afro-americano ma ame­ri­cano. Amiri Baraka avrebbe gra­dito. Avrebbe apprez­zato quelle parole per­ché il suo libro sacro uscito nel ’63 a nome LeRoi Jones, Il popolo del blues-Sociologia degli afroa­me­ri­cani attra­verso l’evoluzione del jazz (ristam­pato — ma senza «evo­lu­zione» nel sot­to­ti­tolo — da ShaKe edi­zioni nel 2011), pro­prio a quello pun­tava. A dimo­strare che suoni, modi e stili black aves­sero influen­zato in maniera sen­si­bile la cul­tura e la sto­ria sta­tu­ni­tense nella sua inte­rezza. Pro­prio quel sag­gio disve­lava, inol­tre, come negli Usa la sto­ria dei neri sia andata di pari passo con le spinte evo­lu­tive delle loro musi­che. In que­sto, nel modo in cui seppe rap­pre­sen­tarlo, Baraka, soprat­tutto poeta e dram­ma­turgo, è stato dav­vero un irri­pe­ti­bile cri­tico musi­cale, genere in cui eccel­leva. Per molti aspetti fu anche un musi­ci­sta. Capace di ver­si­fi­care seguendo coor­di­nate di senso e suono che hanno anti­ci­pato la grande ondata rap di fine anni Settanta.

Per capire meglio si ria­scolti Black Dada Nihi­li­smus, un poema in musica regi­strato nel 1965 con l’accompagnamento del New York Art Quar­tet. Quello è jazz ma è anche hip hop. Oppure si senta A Black Mass, il disco del ’68 con la Sun Ra Myth Science Arke­stra, disco total­mente incar­di­nato den­tro un’estetica free jazz, genere musi­cali evo­lu­tosi al ritmo delle lotte poli­ti­che nere. A Black Mass, uscito per la Jihad (l’etichetta di LeRoi Jones, il nome dice tutto), era la tra­spo­si­zione disco­gra­fica di un’omonima opera tea­trale in cui veni­vano rove­sciati gli ste­reo­tipi domi­nanti: nero era bello, bianco era il male. Dedi­cato a Mal­colm X a cui Baraka era stato legato da forti rap­porti di ami­ci­zia e di con­vin­zione poli­tica, il disco venne distri­buito negli Stati Uniti attra­verso le più radi­cali libre­rie nere. Per­ché que­sto era Baraka, il poeta di rife­ri­mento del Black Power, colui che sulla scia dello slo­gan di Mal­colm X, «con ogni mezzo neces­sa­rio», era con­vinto che le poe­sie potes­sero ucci­dere. Che fos­sero un pos­si­bile mezzo di scon­tro con la strut­tura di potere bianca. Non a caso fu lui a fon­dare il Black Arts Move­ment, ramo arti­stico del Black Power, cele­brato nella poe­sia Black Art (1965) e fon­dato subito dopo l’assassinio di Mal­colm X, il 21 feb­braio 1965. Vi ade­ri­rono scrit­tori e poeti mili­tanti come Maya Ange­lou, Nikki Gio­vanni, Jayne Cor­tez, Sonia San­chez, Hoyt W. Ful­ler. Fu un movi­mento cul­tu­rale cen­trale in ambito afro-americano, capace di rap­pre­sen­tare la varietà e fer­ti­lità di ambiti let­te­rari neri fino a quel momento igno­rati e in grado di sfon­dare il silen­zio delle uni­ver­sità. Affian­cato dal suo cor­ri­spet­tivo tea­trale il Black Arts Reper­tory Thea­tre and Scholl (Barts), tra­sformò Baraka in una potente icona cul­tu­rale, l’equivalente in ambito radi­cale di quello che James Bald­win aveva rap­pre­sen­tato per il movi­mento dei diritti civili.

Comu­ni­sta, per sua ammis­sione anti-sionista, dap­prima legato alla beat gene­ra­tion e poi affran­ca­to­sene per pro­prie urgenze radi­cali, seguace di Mau­lana Karenga, figura cen­trale del black power che lo indurrà a sce­gliere un nome afri­cano, Baraka (ameer in arabo significa‘principe’, e bara­kat ‘colui che è bene­detto’ ) fu il primo nel ’64 con lo sto­rico testo tea­trale Dut­ch­man a sol­le­ci­tare (anche nelle recen­sioni) espres­sioni come «nazio­na­li­smo nero», «este­tica nera», «cri­te­rio nero». Tutto parte con lui. Da quell’atto unico in due scene che mette in scena un incon­tro in metro­po­li­tana tra un ragazzo nero e una donna bianca, e le dina­mi­che di sedu­zione, potere e vio­lenza che ne sca­tu­ri­scono. Tal­mente pro­fe­tico fu quel testo che la radi­ca­liz­za­zione del con­fronto (già accen­nata negli scritti/poesie di autori neri come Richard Wright o Lang­ston Hughes) divenne anche auto­bio­gra­fica, con Baraka che lasciò la moglie bianca (si spo­serà nel ’66 con Amina), gli amici bohè­mien, tentò di can­cel­lare la pro­ve­nienza cul­tu­rale bor­ghese (gli studi all’università) e si tra­sferì ad Harlem.

Da allora ha con­ti­nuato a infie­rire sul corpo della cul­tura domi­nante ame­ri­cana, sca­te­nando il caos quando — nono­stante il mondo poli­tico e acca­de­mico l’avesse inco­ro­nato poeta lau­reato — com­pose Some­body Blew up Ame­rica, poe­sia in cui Usa e Israele risul­ta­vano coin­volti negli attac­chi dell’11 set­tem­bre. Inaf­fer­ra­bile anche sta­volta. Un grande ame­ri­cano, parola di Ver­non Reid.
(tratto da Il manifesto di sabato 11 gennaio – http://ilmanifesto.it/amiri-baraka-black-power-e-poesia )


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